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martedì 22 gennaio 2019

Perché correre una ultramaratona?


Nel 2019 sono stato a Baku in Azerbaijan e partecipando a una competizione locale mi sono imbattuto in Artyom Aliyev, un ragazzo estremamente simpatico e ultrarunner con il quale abbiamo parlato delle nostre “pazzie” sportive ma lui è molto più estremo, di seguito le sue parole che racchiudono l’essenza della complicità nelle esperienze estreme: “Thank you for your lifestyle! For your crazy friendship, thank you! Thank you, for your hard work for your books!”
Ho approfondito il mondo delle ultramaratone sia per esperienza diretta sia perché mi sono avvicinato a queste persone.  Ho scoperto che queste gare estreme diventano in realtà un investimento in termini di arricchimento personale: sono l’occasione per incrementare la consapevolezza, l’autoefficacia e la resilienza.
Osservando queste persone si possono scrivere dei veri trattati e si possono organizzare corsi di studi. Ciò che più mi ha colpito è: l’esperienza dell’estremo è un qualcosa che ha a che fare con la gioia di vivere, vivere intensamente, vivere situazioni forti, superare crisi e problemi, anche i più disperati e difficili. Tutto ciò diventa una palestra di vita, se lo si trasferisce sulla quotidianità familiare e lavorativa: la vita può essere affrontata con più sicurezza, con meno ansie e paure. Si diventa più pazienti, insomma è un mondo da sperimentare quello delle gare estreme, da provare gradualmente, con attenzione.
Ammetto che si corrono dei rischi: si può osare, ci si può avvicinare al limite, ma bisogna fare attenzione a non strafare. Bisogna raggiungere una buona preparazione fisica e mentale, una preparazione nutrizionale ma anche aver cura di se stessi, del proprio corpo per tutelare la propria salute. C’è tantissimo da dire. Su questi aspetti ho scritto già due libri e ne ho diversi altri di prossima pubblicazione. Uno l’ho redatto a quattro mani insieme a Daniele Baranzini e il titolo è: «Ultramaratoneta. Un’analisi interminabile». È spettacolare, proprio stamattina ho letto un brano durante una docenza al master di psicologia dello sport presso la LUMSA di Roma. L’altro libro che ho scritto è: «Ultramaratoneti e gare estreme».
Sono arrivato alla conclusione che sono 4 gli aspetti da allenare. Dal momento che è nella natura dell’uomo voler scoprire e sfidare se stesso la mente è la prima ad entrare in gioco. Segue il cuore, non solo per gli aspetti legati allo sforzo ma soprattutto per quel che concerne la forte passione e motivazione che sono alla base di queste sfide. Ne consegue che la preparazione mentale è importante, bisogna costruire l’obiettivo da raggiungere con una forte immaginazione e con degli obiettivi intermedi da superare. Si cresce e si matura con l’esperienza di allenamento e di gare in situazioni difficili dal punto di vista climatico, di dislivelli o anche di routine come possono essere i circuiti o il treadmill. Le tipologie di gare estreme solo le più disparate. Alla fine si arriva a pensare che, se si vuole, si può fare tutto: basta decidere l’obiettivo e poi si prende la direzione per raggiungerlo. In questo modo si sviluppa una grande forza mentale.
Il terzo aspetto importante è quello nutrizionale, bisogna conoscersi bene, sapere quello di cui si può aver bisogno come durante le lunghe distanze e le tante ore di sport. Farsi guidare dall’organismo è un’ottima strategia: capita che può richiedere le sostanze più insospettabili come vino e birra, pizza, bruschetta, di tutto di più.
Il quarto requisito l’ho definito autoprotezione e coccole. Ritengo che le gare estreme non sono per masochisti o altro, ma l’atleta deve sviluppare metodi e tecniche per occuparsi di se stesso e del proprio corpo, attraverso massaggi, recuperi, ristori, fisioterapia e analisi mediche.
Questo articolo è un estratto di un’intervista rilasciata a Flavia Salomone e riportata al seguente link
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Dott. Matteo SIMONE 380-4337230 - 21163@tiscali.it
Psicologo, Psicoterapeuta, Terapeuta EMDR

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