Pagine

Pagine

martedì 1 settembre 2015

Ai Campionati Mondiali gli arcieri azzurri centrano l’obiettivo principale

Impegnatevi per ottenere ciò di cui avete bisogno, e quando non riuscite a ottenerlo, ebbene, sorridete e tentate ancora, in un modo diverso.                                      William Hart  (1)

Ai Campionati Mondiali che si sono svolti a Copenaghen (DEN) dal 27 luglio al 2 agosto 2015, per gli azzurri Michele Frangilli, Mauro Nespoli e David Pasqualucci arriva un brillante argento.

Non riescono nell’impresa di battere la Corea del Sud nella finalissima dell’arco olimpico maschile e alla fine possono solo fare i complimenti agli avversari. 

Da segnalare anche la qualificazione olimpica di Frangilli e Nespoli come squadra maschile quella individuale femminile per Guendalina Sartori.
Di seguito le dichiarazioni di alcuni atleti. (2)
Michele Frangilli: "Nel complesso un Mondiale ottimo: siamo venuti per la qualificazione olimpica, era l'obiettivo principale e l'abbiamo centrato. Siamo riusciti ad arrivare anche in finale e sono veramente contento perché la prima medaglia d'argento al Mondiale l'avevo vinta venti anni fa: dopo tutto questo tempo essere ancora a questi livelli e salire sul podio è davvero tanta roba. La finale? Ho tirato anche bene, ma nelle prime frecce ho avuto un po' di problemi nel regolare il mirino. Ringrazio i miei compagni di squadra Mauro e David per come siamo arrivati fino a qui, hanno tirato forte e hanno tenuto duro. David è un po' arrabbiato per come è finita la finale, lo capisco, ma era la sua prima esperienza mondiale e gli auguro di fare una lunga carriera come la mia e come quella che sta facendo Mauro.”
Mauro Nespoli: "L'obiettivo primario era la qualificazione olimpica ed è stata raggiunta. C'è un po' di rammarico per la medaglia d'oro mancata, ma abbiamo comunque vinto un argento. Credo che i punti realizzati con la Corea non rendano giustizia al modo con cui sono state tirate le frecce. Purtroppo sono sempre meno le frecce da tirare nelle competizioni e si ha poco tempo per analizzare e recuperare gli errori. Bisogna affidarsi a se stessi, alla squadra e vedere cosa succede sul bersaglio. In questa occasione abbiamo commesso alcune imprecisioni che contro la squadra coreana paghi a caro prezzo".
L’atleta può considerare il non raggiungimento di un obiettivo prefissato come una sconfitta personale. Ma nello sport si mettono in conto le sconfitte, servono a farti fermare, riflettere, fare il punto della situazione, osservare, valutare, capire cosa c’è stato di utile, di importante nella prestazione eseguita e su cosa, invece, bisogna lavorare, cosa si può migliorare. Quindi, tutto sommato, la sconfitta potrebbe servire per fare una valutazione delle proprie risorse, punti di forza e, al contempo, delle criticità.
 Importante in caso di prestazione percepita come sconfitta è la motivazione, se un atleta è fortemente motivato nel voler praticare il suo sport che comporta lavori, sacrifici, rinunce, affronterà le sconfitte a testa alta, complimentandosi con se stesso per quello di buono che è riuscito a fare finora, complimentandosi con l’avversario per la bravura dimostrata in quell’occasione, anche perché prima o poi lo trovi uno più forte o che comunque riesce a batterti; in questo caso un aspetto importante del vero campione è la resilienza, il cui significato è: “mi piego ma non mi spezzo”, che sta a significare che il vero campione esce fuori dalle sconfitte con più voglia riscattarsi, di far meglio, di migliorare gli aspetti, le aree in cui ha mostrato carenza; il concetto di resilienza è presente anche nelle persone che subiscono traumi, quelli che possiedono questa caratteristica non vanno incontro a stress acuti, o disturbi post traumatici di stress, ma ne escono più forti, con un valore aggiunto.
Lo sportivo non è solo, è circondato dall’allenatore che dovrebbe conoscere le sue potenzialità, i suoi punti di forza e di debolezza, dovrebbe costruire con l’atleta un progetto di obiettivi raggiungibili, stimolanti, da rivalutare all’occasione, dare feedback adeguati, spiegare le sedute di allenamento, l’importanza del gesto sportivo, il significato, raccontare aneddoti, far parte della storia sportiva dell’atleta, condividere momenti di gioia e sofferenza, di vincite e di sconfitte, essere disposto ad ammettere di aver fatto un errore, di aver preteso, di aver sottovalutato, di non aver considerato.
Diversamente accade per i campioni che hanno estremo bisogno, estrema necessità di confermarsi campioni, quando si raggiunge una notorietà molto elevata, eccessiva, si rischia di attrarre l’interesse non solo della vita sportiva dell’atleta ma dell’intera vita privata, e questo se all’inizio può essere piacevole per il piacere di essere riconosciuti, ma tutto ciò può produrre stress, nervosismo, deconcentrazione, fino alla distrazione disfunzionale dall’attività sportiva praticata.
L’atleta è tentato a rilassarsi troppo, a non investire proficuamente nello sport, e questo va a discapito dellla performance che richiede un investimento notevole. In questi casi l’atleta campione è tentato a distrarsi perché cambia la motivazione, conosce il piacere della notorietà senza faticare, e ciò può portare a una reale fine carriera.

(1)     William Hart, LA MEDITAZIONE VIPASSANA come insegnata da S.N. Goenka Un’arte di vivere, Edizioni ARTESTAMPA, 2011, Modena.


Psicologo clinico e dello sport, Psicoterapeuta Gestalt ed EMDR
380-4337230 - 21163@tiscali.it

Nessun commento:

Posta un commento