lunedì 4 maggio 2026

Edyta Lewandowska, vicecampionessa mondiale 48h Cinisello Balsamo 2026

 Dott. Matteo Simone 
 

Tra il 27 e il 29 marzo 2026 ha avuto luogo il Cinisello Balsamo Running Festival, valido quale  edizione del Campionato del mondo GOMU di 48 ore (GOMU World Championship 48 Hour).  

La campionessa mondiale è stata Patricja Bereznowska (Polonia) che ha totalizzato km 413,396 (3^ assoluta) precedendo Edyta Lewandowska (Polonia) km 390,650 (6^ assoluta) e Magdalena Superson (Polonia) km 372,031 (9^ assoluta). 
Il campione mondiale è stato Bartosz Fudali (Polonia) km 447,581 precedendo Laszlo Nemes (Ungheria) km 427,065 e Nicolas De Las Heras Monforte (Spagna) km 407,439. 
Di seguito approfondiamo la conoscenza di Edyta attraverso risposte ad alcune mie domande. 
Congratulazioni per il secondo posto ai Campionati del Mondo della 48 ore. Sei soddisfatta? Dato che debuttavo in questa formula di gara, sì, sono molto soddisfatta. Era il mio debutto in una corsa di 48 ore; quindi, la medaglia d’argento individuale e la medaglia d’oro a squadre per la nazionale polacca significano moltissimo per me. Naturalmente un’atleta vede sempre i piccoli dettagli che si sarebbero potuti fare meglio, migliorare, ma nel complesso provo orgoglio, gratitudine e motivazione per ciò che mi aspetta. 

Davvero una grandissima prestazione individuale e di squadra, soprattutto al debutto di una gara ritenuta estrema della durata di 48 ore.
 
A chi dedichi questo risultatoquesta medaglia? Dedico questa medaglia a tutte le persone che hanno creduto in me e mi hanno sostenuta lungo questo lungo cammino — alla mia famiglia, ai miei amici, al mio team e a tutti coloro che mi sono stati accanto non solo nei momenti di successo, ma anche nelle ultime gare non riuscite e nei momenti difficili. La dedico anche a tutti quelli che, con pazienza e coraggio, inseguono grandi sogni nonostante gli ostacoli e i numerosi fallimenti. È molto importante avere fede e tenacia, determinazione e non perdere la speranza, essere certi delle proprie possibilità e lavorare duramente, e alla fine avere anche quel pizzico di fortuna. 

Un’ottima e generosa dedica, sia per le persone a lei vicina sia per quelli che si impegnano e a volte non riescono. 
Che cosa è mancato per la vittoria? A questo livello, a decidere la vittoria sono i dettagli, le piccole cose. Nel mio caso, decisiva è stata la prima notte, durante la quale ho sofferto moltissimo il freddo. Ho commesso un errore nella preparazione dell’abbigliamento per la notte e per il cambio. Non avevo tenuto conto che avrebbe fatto così freddo. Io adoro il caldo e correre con temperature alte, diversamente dalla maggior parte dei corridori, che si sentono meglio in un clima fresco. Mi alleno molto a Tenerife, dove mi sono preparata due volte per la Badwater. In Spagna fa molto più caldo. Il ritmo di una corsa di 48 ore, per me, è conversazionale, lento, e di notte non riuscivo a riscaldarmi. Questo mi è costato moltissimo dal punto di vista energetico. È stato questo a farmi rinunciare alla lotta per la medaglia d’oro. Ma non lo guardo con rimpianto. Lo considero una lezione e un passo importante in avanti. 

In effetti in questa tipologia di gara considerata estrema dove l’attività sportiva continua anche di notte bisogna simulare anche le condizioni avverse come 
il clima, per capire cos significa, quale abbigliamento indossare.
 
Quali sono stati i momenti più difficili? I momenti più difficili sono stati quelli in cui la stanchezza è diventata qualcosa di più del semplice esaurimento fisico — quando il corpo chiedeva conforto e la mente doveva rimanere calma e disciplinata. Tutto era legato al freddo della prima notte. Prima che finissero le prime 24 ore ho avuto una crisi e sono comparsi dei dubbi, ma è stato l’unico momento che, nonostante la stanchezza crescente, non si è più ripresentato in seguito. In gare del genere si incontrano davvero i propri limiti e bisogna decidere che cosa sia più forte: il dubbio o l’obiettivo. 

In effetti, si tratta di gare considerate estreme che mettono a dura prova e bisogna essere forti e preparati fisicamente e mentalmente per capire cosa bisogna fare, come gestire, aver pazienza. 
Che cosa dicono la tua famiglia e i tuoi amici di questo podio? Sono molto commossi e molto orgogliosi. Penso che sappiano quanto lavoro, quante rinunce e quanta pazienza ci siano dietro un risultato simile. Per loro questa medaglia non è soltanto un successo sportivo, ma anche tutto il percorso che ha portato fino a lì. E credo che sia anche una ricompensa per i momenti difficili vissuti in precedenza. Inoltre, personalmente ho sentito che in questa formula posso ancora ottenere risultati molto belli. 

L’atleta è circondato da persone che possono aiutare od ostacolare, possono sostenere, comprendere, consigliare l’atleta durante la preparazione, prima della gara, durante la gara e anche dopo la gara, con un gesto, una par
ola, comprendendo il percorso dell'atleta, gli obiettivi, l’utilità di cercare di andare sempre oltre, impegnandosi, credendoci.
 
Che cosa hai scoperto di te stessa durante questi Campionati del Mondo? Oh, moltissimo. Prima di tutto ho capito che la calma può essere uno dei miei più grandi punti di forza. Sono sempre stata consapevole delle mie velocità, perché per molti anni ho lottato nelle maratone su strada e nelle corse in montagna. In una gara così lunga come una 48 ore, la sola forza non basta — servono umiltà, pazienza e la capacità di restare fedele al proprio obiettivo anche quando tutto fa male. 

In effetti, si tratta di gare dove meno energie si consumano e più si procede bene fino alla fine, con la consapevolezza che la gara è lunga e bisogna centellinare le energie, accogliendo ogni crisi come provvisoria e passeggera che può andare via con fiducia. 
Quali allenamenti sono stati i più importanti? Naturalmente i lunghi e il lavoro specifico sulla resistenza hanno avuto un’importanza fondamentale, ma altrettanto importanti sono state le sedute che costruivano sistematicità, disciplina e fiducia in me stessa. Io sono favorevole a una forma di allenamento diversificata: palestra, yoga, stretching, mobility, bicicletta e naturalmente corsa. Il mio allenamento è sempre stato in evoluzione. Trent’anni trascorsi nello sport mi hanno dato quell’esperienza di cui avevo tanto bisogno. 

Non
 si finisce mai di imparare, soprattutto grazie all’esperienza e all’apertura mentale che aiuta a considerare più alternative, più aspetti della disciplina sportiva, oltre alla forza, resistenza, anche la cura del corpo, dei muscoli, delle articolazioni e soprattutto la pace e serenità mentale che aiuta a focalizzarsi nell’obiettivo ritenuto importante, stimolante, sfidante ma non impossibile.
 
Qual è stata la tua gara più difficile? Le gare più difficili di solito non sono quelle in cui fa più male il corpo, ma quelle in cui bisogna portare il peso più grande dal punto di vista mentale. La 48 ore dei Campionati del Mondo appartiene certamente a quelle gare difficili, perché mi ha chiesto tutto — fisicamente, mentalmente ed emotivamente. Inoltre, la Badwater: la prima volta un infortunio, quando ero in testa, e l’anno successivo un virus molto forte che provocò diarrea così gravi e disidratazione che, pur essendo ancora in testa al 115° chilometro, fui costretta a ritirarmi. Lì ho lasciato molti conti in sospeso e un giorno tornerò.  
Quali sogni hai già realizzato e quali vuoi ancora realizzare? Salire sul podio di un Campionato del Mondo appartiene sicuramente ai sogni realizzati, anche se mancava ancora quel gradino più in alto. Davanti a me ce ne sono ancora molti altri. Voglio continuare a esplorare i limiti della resistenza, quest’anno ho in programma di correre la storica Route 66 e credo fortemente di poterlo fare per aiutare nella lotta contro il cancro, promuovere gli esami di prevenzione e sensibilizzare su questo tema; il centenario della Second Chance Road, come Steinbeck scriveva della Route 66 americana, è un’occasione perfetta per farlo. Sono ancora alla ricerca di partner che mi aiutino a realizzare questo progetto. È anche una sorta di omaggio a mia madre, morta di tumore al cervello. Nelle gare di 24 e 48 ore ho scoperto anche le mie possibilità e il mio potenziale. Un giorno ho in programma di tornare alla Badwater, una gara con cui ho ancora dei conti in sospeso. Ho la mia Fondazione, Biegiem przez życie (Correre attraverso la vita), e un club sportivo, attraverso i quali mi realizzo aiutando gli altri e allenando i miei atleti. Attraverso lo sport cerco di crescere sia come atleta sia come persona, e di affrontare nuove sfide che richiedono coraggio, visione e cuore. 

La United States 
Route 66 è una delle prime autostrade federali degli Stati Uniti. Fu aperta l'11 novembre del 1926 e nel 2026 compirà 100 anniIl tracciato parte da Chicago (Illinois) e arriva a Santa Monica (California), attraversando gli stati di Illinois, Missouri, Kansas, Oklahoma, Texas, New Mexico, Arizona e California, su una distanza complessiva di quasi 4.000 chilometri. La “Route 66 UltraRun” da 140 miglia partirà il 14 novembre 2026 da Seligman, Arizona.
  
Edyta per due volte si è allenata e ha partecipato alla Badwater Ultramarathon che si svolge in California su un percorso di 135 miglia (circa 217 km), ma entrambe le volte non è riuscita a portarla a termine. Si parte dal Bacino di Badwater, nella Valle della Morte, situato 85 metri sotto il livello del mare e si arriva a quota 2530 metri. 
Quali sono i segreti del tuo successo? Non esiste un solo segreto. È una combinazione di disciplina, pazienza, resilienza e amore per ciò che faccio. Il successo si costruisce anche nel silenzio, nel lavoro quotidiano, nei momenti che nessuno vede. E forse c’è anche un’altra cosa: io semplicemente amo correre. Lo sport è con me fin dall’infanzia e non ho mai avuto pensieri di resa. Nemmeno durante i quattro anni di infortunio alla colonna vertebrale, che mi costrinsero a rinunciare alle maratone quando ero campionessa di Polonia. 

La passione e la motivazione permettono di fare cose eccezionali, permettendo di impegnarsi duramente con fiducia e resilienza.
 
Edyta è stata campionessa polacca di maratona, maratona di montagna, ultramaratona e skyrunning. Ha un record personale in maratona su strada di 2h33 il 28 settembre 2008 a Berlino 
Che cosa si nasconde dietro un podio? Dietro un podio ci sono anni di lavoro, sacrifici, momenti di dubbio, sconfitte, scelte quotidiane e molte piccole vittorie silenziose che nessuno applaude. C’è una bambina che ha corso la sua prima gara con scarpe invernali, un padre portiere di calcio e una madre, i miei primi tifosi. C’è anche il sostegno di altre persone, perché un grande risultato non nasce mai del tutto da soli. 
In che modo lo sport ti ha cambiata? Lo sport ha plasmato il mio carattere, mi ha creata, mi ha insegnato la responsabilità, l’umiltà, la perseveranza e il rispetto — verso gli altri, verso lo sforzo e verso il processo stesso. Mi ha anche aiutata a capire che la crescita molto spesso nasce dal disagio. Mi ritrovo anche nel ruolo di allenatrice, e i miei atleti amatori competono sempre più spesso con successo contro altri atleti professionisti. Questo mi dà un’enorme soddisfazione. 
In che modo lo sport ti aiuta nella vita quotidiana? Lo sport mi dà struttura, equilibrio e forza mentale. Mi insegna come gestire la pressione, come mantenere la concentrazione e come andare avanti anche quando la vita diventa difficile. Ciò che imparo nello sport mi aiuta ben oltre la competizione. 

È chiaro che la pratica di uno sport, soprattutto dell'ultramaratona, aiuta a sviluppare sempre più resilienza, gestendo, affrontando, risolvendo situazioni sempre più difficili e sfidanti.
 
Quale messaggio vorresti trasmettere per ispirare le persone a partecipare alle ultramaratone? L’ultramaratona non è solo corsa. È un viaggio dentro sé stessi. È l’arte e la capacità di fare i conti con la solitudine, alla quale bisogna anche abituarsi e che bisogna imparare a conoscere. Non bisogna essere perfetti o straordinari per provarci — bisogna essere pronti a conoscersi meglio. Le ultramaratone insegnano che spesso siamo molto più forti e più coraggiosi di quanto pensiamo. 

La pratica dell’ultramaratona aiuta ad avere sempre più fiducia in se stessi, a cavarsela sempre meglio sia nello sport che nella vita quotidiana. 
Chi ti ispira? Mi ispirano le persone che sanno seguire la propria strada con coraggio, umiltà e coerenza. Non solo i grandi campioni dello sport, come la mia idolа di tanti anni fa Paula Radcliffe, ma anche coloro che ogni giorno, in silenzio, superano le proprie difficoltà e non si arrendono. Da anni mi ispira Diana Nyad, la nuotatrice che ha percorso a nuoto 177 km da Cuba alla Florida, e soprattutto Terry Fox, un corridore amatoriale che, lottando contro il cancro, decise di attraversare il Canada di corsa. È stato proprio lui a ispirarmi a creare la fondazione e a iniziare a lavorare per avere la possibilità di attraversare gli Stati Uniti lungo la Route 66. 

Paula Jane Radcliffe (17 dicembre 1973) è un'ex maratoneta e mezzofondista britannica, campionessa mondiale di maratona nel 2005. È stata primatista mondiale femminile di maratona con il tempo di 2h15'25", stabilito a Londra il 13 aprile 2003, tempo che vale attualmente il record europeo di specialità. Ha vinto per tre volte la maratona di New York
.
Diana Nyad ha tentato per cinque volte di percorrere a nuoto i 177 chilometri che separano Cuba dalla Florida, e l’ultima volta (nel 2013) ce l’ha fatta, a 64 anni. 
Terrance Stanley Fox, detto Terry divenne famoso per la "Maratona della speranza", una corsa effettuata nel 1980 da una costa oceanica all'altra del Canada con una protesi alla gamba destra, che aveva l'obiettivo di raccogliere fondi per la ricerca contro il cancro. 
A tre anni dall'amputazione, il 12 aprile 1980 partì dalla costa atlantica del Canada per raggiungere a piedi quella dell'oceano Pacifico, con l'obiettivo di raccogliere un dollaro per ogni cittadino canadese da devolvere alla lotta contro il cancro. 
Corse ogni giorno per 42 chilometri, attraversando Terranova, la Nuova Scozia, l'Isola del Principe Edoardo, il Nuovo Brunswick, il Québec e l'Ontario. L'impresa fu nominata "Maratona della speranza" e purtroppo non si completò mai perché, dopo 143 giorni e 5373 chilometri, il primo settembre 1980, presso Thunder Bay, dovette interrompere la sua impresa perché gli furono diagnosticate varie metastasi a entrambi i polmoni.  
Dopo la sua morte fu istituita la "Terry Fox 
Run", una corsa non competitiva che nel settembre di ogni anno si svolge in varie località con lo scopo di tenere viva la memoria di Terry Fox raccogliendo fondi per la ricerca oncologica.  
 
Di quale gara sei più orgogliosa? Ogni gara importante lascia in me qualcosa di diverso, quindi è difficile indicarne una sola. Ma sicuramente questa medaglia d’argento ai Campionati del Mondo della 48 ore occupa già un posto speciale nel mio cuore, perché è stato un debutto e allo stesso tempo un’esperienza sportiva e personale enorme. Inoltre, le mie due partecipazioni in Brasile alla Brazil 135 Ultra Journey, l’ultra più difficile del Sud America. La prima vittoria nella classifica Open è stata eccezionale, perché sono arrivata per prima e il secondo al traguardo era il grande ultramaratoneta Simen Holvik, che sicuramente conosci anche dalle gare di 48 ore. Anche quella vittoria è stata il mio debutto in una gara oltre i 200 km, quindi posso dire con certezza che i debutti mi portano bene. Quella gara mi ha mostrato che nell’ultra posso trovare il mio posto importante. Ma anche il secondo start in Brasile è stato molto importante per me personalmente, perché correvo con una forte infezione da erisipela alla gamba destra. In quell’occasione ho vinto la distanza di 100 miglia e, avendo già l’accesso alla Badwater, con il mio team di supporto decidemmo di andare direttamente in ospedale, tanto forte era il dolore alla gamba, sulla quale si rompevano bolle purulente a causa dell’infezione. Col senno di poi, ritengo che quella gara mi abbia spalancato le porte delle corse di lunga distanza. 

Prima di questa gara 
Edyta aveva corso massimo 217km vincendo la “Brazil 135 - 135 mi”, 217km trail, l’11-13.01.2024 in 27h29, arrivando prima assoluta davanti anche agli uomini, precedendo Simen Holvik (NOR) 29h12’ e Tiarles dos Santos 30h01’. Inoltre, il 9-12.01.2025, Edyta è arrivata seconda assoluta in 17h12’, preceduta solo da un uomo, Diego Jose Guerini Botario 17h02’ (BRA). 
Nella classifica di tutti i tempi 48h uomini, Simen Holvik (NOR) è al  posto con 451,203 km vincendo a Taipei l'8 febbraio 2026. 
Sei un modello da seguire? No. Direi di no. La vita di uno sportivo è ingrata e difficile. Si perde decisamente più spesso di quanto si ottengano successi. Tuttavia, lo sport è tutta la mia vita e non lo scambierei con quella di nessun altro. Non mi piace parlare di me in questi termini, ma se il mio cammino, il mio lavoro e il mio atteggiamento possono ispirare qualcuno, allora per me ha un grande valore. Vorrei mostrare che le grandi cose nascono dal coraggio, dalla pazienza e dal lavoro quotidiano. È proprio questo che cerco di trasmettere ai miei atleti e alle persone che alleno. 

Dott. Matteo Simone 
 
Edyta Lewandowska, vicecampionessa mondiale 48h Cinisello Balsamo 2026 
Dott. Matteo Simone 
 
English version 
Congratulations on your second place at the 48-Hour World Championships. Are you satisfied?
 Considering that this was my debut in this race format, yes, I am very satisfied. It was my debut in a 48-hour race, so the individual silver medal and the team gold medal for the Polish national team mean a great deal to me. Of course, an athlete always sees the small things that could have been done better, improved, but overall, I feel pride, gratitude, and motivation for what lies ahead. 
To whom do you dedicate this result / this medal? I dedicate this medal to all the people who believed in me and supported me along this long journey — my family, my friends, my team, and everyone who stood by me not only in moments of success, but also during my recent unsuccessful races and difficult times. I also dedicate it to all those who, with patience and courage, pursue big dreams despite obstacles and many setbacks. It is very important to have faith and persistence, determination, not to lose hope, to be sure of your abilities and work hard, and in the end to have that little bit of luck as well. 
What was missing for victory? At this level, victory is decided by details, by small things. In my case, the decisive factor was the first night, during which I got very cold. I made a mistake when preparing my clothing for the night and for the change. I did not take into account that it would be so cold. I love heat and running in warm conditions. Unlike most runners who feel better in a cool climate, I thrive in the heat. I do a lot of my training in Tenerife, where I prepared twice for Badwater.
Spain is much warmer. The pace of a 48-hour race is conversational, slow, for me, so during the night I was unable to warm myself up. It cost me a great deal of energy. That was what made me let go of the fight for the gold medal. But I do not look at it with regret. I treat it as a lesson and 
an important step forward.
 
What were the most difficult moments? The most difficult moments were those when fatigue became something more than just physical exhaustion — when the body was demanding comfort, and the mind had to remain calm and disciplined. It was all connected with the cold during the first night. Before the first 24 hours were over, I had a crisis and doubts appeared, but that was the only moment that, despite the growing fatigue, did not return laterIn races like thisyou truly meet your limits, and you have to decide what is strongerdoubt or the goal. 
What do your family and friends say about this podium finish? They are very moved and very proudI think they know how much work, sacrifice, and patience stand behind a result like this. For them, this medal is not only a sporting success, but also the entire road that led to it. And I think it is also a reward for the earlier difficult moments. Besides that, I personally felt that in this format I can still achieve some really good results. 
What did you discover about yourself during these World Championships?
 Oh, a great deal. Above all, I understood that calmness can be one of my greatest strengths. I have always been aware of my speeds, because for many years I competed in road marathons and mountain races. In such a long race as a 48-hour competition, strength alone is not enough — you need humility, patience, and the ability to remain faithful to your goal even when everything hurts. 
What were the most important training sessions? Of course, long runs and specific endurance work were of key importance, but equally important were the sessions that built consistency, discipline, and self-confidence. I believe in a varied form of training: gym work, yoga, stretching, mobility, cycling, and of course running. My training has always evolved. Thirty years spent in sport have given me the experience I needed so much. 
What dreams have you already fulfilled, and which ones do you still want to fulfill? Standing on the podium of a World Championship definitely belongs among the dreams I have fulfilled, although one more step upward was still missing. There are still many more ahead of me. I want to continue exploring the limits of endurance. This year, I plan to run the historic Route 66, and I strongly believe I will be able to do it in order to help in the fight against cancer, promote preventive screenings, and raise awareness; the 100th anniversary of the “Second Chance Road,” as Steinbeck wrote about the American Route 66, is a perfect opportunity for that. 
I am still looking for partners who will help me make this happen. It is also a kind of tribute to my mother, who died of brain cancer. In the 24-hour and 48-hour races, I also discovered my chances and possibilities. One day I plan to return to Badwater, a race with which I still have unfinished business. I have my own Foundation, 
Biegiem przez życie, and a sports club, where I fulfil myself by helping others and coaching my athletes. Through sport, I try to grow both as an athlete and as a person, and to take on new challenges that require courage, vision, and heart.
 
What are the secrets of your success? There is no single secret. It is a combination of discipline, patience, resilience, and love for what I do. Success is also built in silence, in everyday work, in the moments no one sees. And perhaps one more thing: I simply love running. Sport has been with me since childhood, and I have never had thoughts of giving up. Not even during the four-year spinal injury that forced me to give up marathon running while I was the Polish champion. 
What stands behind a podium? Behind a podium stand years of work, sacrifices, moments of doubt, defeats, daily choices, and many quiet victories that no one applauds. There is a little girl who ran her first race in winter shoes, a father who was a football goalkeeper, and a mother — my first supporters. There is also the support of other people, because a great result is never born entirely alone. 
How has 
sport changed you? 
Sport shaped my character. It created me. It taught me responsibility, humility, perseverance, and respect — for others, for effort, and for the process itself. It also helped me understand that growth is very often born in discomfort. I also find fulfilment in my role as a coach, and my amateur athletes are more and more often competing successfully against other professional athletes. That gives me enormous satisfaction. 
How does sport help you in everyday life? Sport gives me structure, balance, and mental strengthIt teaches me how to handle pressure, how to stay focused, and how to move forward even when life becomes difficultWhat I learn in sport helps me far beyond competition. 
What message would you like to give to inspire people to take part in ultramarathons?
 Ultramarathon is not only about running. It is a journey into yourself. It is the art and the ability to deal with solitude — something you also have to get used to and learn to live with. You do not have to be perfect or extraordinary to try — you have to be ready to get to know yourself better. Ultramarathons teach us that we are often much stronger and braver than we think. 
Who inspires you? I am inspired by people who are able to follow their own path with courage, humility, and consistency. Not only great champions of sport, such as my idol from years ago, Paula Radcliffe, but also those who quietly overcome their own difficulties every day and do not give up. For years, I have been inspired by Diana Nyad, the swimmer who swam 117 km from Cuba to Florida, and above all by Terry Fox, an amateur runner who, while fighting cancer, decided to run across Canada. He was the one who inspired me to create the foundation and to begin working toward the possibility of running across the United States along Route 66. 
Which race are you most proud of?
 Every important race leaves something different in me, so it is hard to point to just one. But certainlythis silver medal at the 48-Hour World Championships already holds a special place in my heartbecause it was my debut and at the same time an enormous sporting and personal experienceBesides thatthere were my two starts in Brazil during the Brazil 135 Ultra Journey, the toughest ultra in South America. My first victory in the Open category was exceptionalbecause I finished first and the second person at the finish line was the outstanding ultramarathon runner Simen Holvikwhom you surely also know from 48-hour races. That victory was also my debut in a race over 200 km, so I can honestly say that debuts suit me wellThat race showed me that I can find aimportant place for myself in ultra-running. But the second start in Brazil was also very important to me personallybecause I ran with a severe erysipelas infection in my right leg. I won the 100-mile distance then, and having already secured my entry to Badwatermy support crew and I decided to go directly to the hospital, because my leg hurt so much and purulent blisters caused by the infection were bursting on itLooking back, I believe that race opened the doors to long-distance running wide for me. 
What was your most difficult race?
 The most difficult races are usually not the ones in which the body hurts the most, but the ones in which you have to carry the greatest mental burden. The 48-hour race at the World Championships certainly belonged to that category, because it demanded everything from me — physically, mentally, and emotionally. Besides that, Badwater: the first time, an injury when I was leading, and the following year, a severe virus that caused such intense diarrhoea and dehydration that, even though I was leading at 115 km, I was forced to withdraw from the race. I left a lot of unfinished business there, and one day I will return. 
Are you a role model? No. Probably not. The life of an athlete is thankless and difficult. You lose much more often than you succeed. And yet sport is my whole life, and I would not trade it with anyone. I do not like to speak about myself that way, but if my path, my work, and my attitude can inspire someone, then that is very valuable to me. I would like to show that great things are born from courage, patience, and everyday work. That is exactly what I try to pass on to my athletes and the people I coach. 

Dott. Matteo Simone 

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