A cura di Matteo Simone, psicologo e psicoterapeuta Gestalt ed EMDR. Atleta dell'ASD Atletica La Sbarra. Atleta guida FISPES dell'ASD Villa De Sanctis. Contatti 21163@tiscali.it - 3804337230.
martedì 21 luglio 2015
Con i ‘se’ e con i ‘ma’ non si va da nessuna parte

Tornando indietro qualcuno oserebbe un po' di più sulla scia della performance del momento. Molti giustamente sono concentrati sul qui e ora e vedono solo da qui in poi quello che è possibile fare ora e domani, senza rimpianti e senza rammarico.
Altri vorrebbero iniziare prima, ma comunque la maggior parte sono disposti a rifare gli stessi errori consapevoli che sbagliando poi hanno imparato a fare meglio. Ecco le risposte alla domanda: Se potessi tornare indietro cosa faresti? O non faresti?
Si lavora meglio pensando che la domenica sarai in giro a gareggiare

Gli ultramaratoneti riportano di cercare di rispettare gli impegni famigliari cercando di incastrare bene gli allenamenti tra la vita famigliare e quella lavorativa, ma a volte succede che non si è compresi dai famigliari ed allora si creano difficoltà relazionali.
Nel complesso si sperimenta un benessere personale sia in famiglia che in ambito lavorativo, il lavoro diventa un’attività estrema peggio delle ultramaratone se non c’è motivazione, se non c’è un buon clima organizzativo e l’attività di ultracorsa aiuta a svagare ad occupare del tempo per se stessi, dedicati alla propria persona, per sentirsi, ascoltare le proprie piacevoli sensazioni a contatto con la natura, con le condizioni atmosferiche, attività da svolgere da soli o in compagnia per condividere momenti assieme di fatica ma anche di comprensione.
Il mio medico di base dice che prima o poi ‘morirò di corsa’

Non si è disposti a fermarsi, a rallentare, a smettere, ad accontentarsi, gli ultramaratoneti non vogliono arrendersi ma vogliono alzare sempre più l’asticella, vogliono sempre essere sul campo a correre, a sperimentare, a sentirsi vivi, a sentire le forti sensazioni, le emzioni, a condividere con i più giovani le dure imprese di lunghe distanze. Di seguito le risposte ricevute alla domanda: “E’ successo che ti abbiano consigliato di ridurre la tua attività sportiva?”:
Angelo Fiorini: “A livello medico si, un fisiatra al quale mi ero rivolto per problemi alla schiena e al nervo sciatico, dopo che ha ascoltato quello che facevo è rimasto allibito, dicendo che era il minimo quello di avere quei problemi, e che per fare certe cose si ha bisogno di essere seguiti e che purtroppo nel nostro caso, sono allenamenti ‘fai date’, che comportano tanti errori. Io, in quella occasione, l’ho ascoltato solo per il periodo di riposo e cura che mi aveva prescritto. “
Pasquale Artuso: “Sì, l’ortopedico!!! Secondo lui dopo i 40 anni non si dovrebbero più correre neanche le maratone.”
Marco Stravato: “Si, nel 2005, al solito stavo preparando il Passatore, correvo sempre sul tappeto una mezza a 3’45’’ mi si gonfiò il ginocchio, problemi di cartilagine al ginocchio sinistro, stop di 1 anno e mezzo, ma ne sono uscito fuori, il consiglio dell’ortopedico dell’IOR di Bologna fu, mai più Passatore, invece nel 2010 ricorro il Passatore, è più forte di me e poi ritengo che sia molto più traumatico la corsa veloce corta (21 km) che non un lungo viaggio/corsa ad andatura lenta, ora infatti corro molto più lentamente.”
Stefano La Cara: “Tranne mia madre, no.”
Mauro Fermani: “Un ortopedico mi aveva detto che avrei dovuto ridurre sensibilmente a causa della condizione delle ginocchia. “
Claudio Leoncini: “Si, i tanti anni di ultramaratone hanno un po’ lasciato il segno sui tendini e ora ho dovuto ridurre di circa il 20% il chilometraggio settimanale.”
venerdì 17 luglio 2015
Cosa pensano familiari e amici della tua partecipazione a gare estreme?
Matteo Simone 21163@tiscali.it
Gli amici inizialmente considerano l’atleta fuori di se, ai limiti della pazzia, ma con il tempo apprezzano gli aspetti del carattere che gli permettono di sostenere allenamenti e competizioni di lunghissima durata e di difficoltà elevatissima, diventando quasi fieri di essere amici e raccontando in giro le gesta dei propri amici atleti, quasi a vantarsi di conoscere gente che fa l’impossibile, extraterrestri.
I familiari inizialmente non
approvano la passione di
un ultramaratoneta che percorre tanti chilometri su strade o sentieri in
condizioni atmosferiche difficili, a volte ai limiti della sopravvivenza, ma
con il tempo comprendono che l’atleta si dedica ad una passione che lo
coinvolge e che gli permette di sperimentare benessere.
giovedì 16 luglio 2015
Manuela Vilaseca: Una delle gare più estreme è stata la XMAN
Tanti ultramaratoneti, ultrarunner, ultratrailer vedono il mondo in modo diverso dai normali runner o dalle persone comuni che praticano una qualsiasi attività sportiva o che seguono lo sport in TV o sui mass media.
E’ quello che emerge da interviste ad ultramaratoneti per la
redazione di un testo rivolto a loro ma anche a coloro che non conoscono questo
mondo particolare per capire le loro motivazioni, passioni, stranezze,
conoscere aneddoti, modalità di superare crisi, difficoltà, aspetti psicologici
che utilizzano per raggiungere i loro obiettivi.
Emerge anche l’importanza dello
sperimentare, del far parte di una categoria privilegiata che sa che se vogliono
possono fare tutto nello sport e nella vita. Riporto di seguito l’intervista a
Manuela Vilaseca.
Philipp Reiter, campionissimo giovane studente Ultrarunner
Interessandomi di Ulramaratoneti e gare estreme per la stesura del mio nuovo
libro che dovrebbe uscire a fine settembre, ho avuto modo di contattare un
giovane studente amante della montagna, dell’attività fisica in generale, e
visto che correva facile per i sentieri di montagna con notevoli dislivelli ha
deciso di competere con i più forti esperti del trail e dello skyrunner.
Come tanti altri anche Philipp ha iniziato per caso a frequentare la
montagna portato dai genitori e poi ha scoperto di avere un talento e quindi la
passione lo ha portato a dedicarsi a questo sport intensamente con allenamenti
impegnativi ma non togliendo troppo tempo allo studio, quindi non solo corsa ma
anche cultura per avere un lavoro che ti appassiona oltre allo sport e che un
domani ti possa dare una sicurezza economica.
Di seguito riporto le domande che ho posto anche a quasi un centinaio di
ultrarunner per la maggior parte italiani.
What was your path to becoming a Ultrarunner? (Qual è stato il tuo percorso per diventare un Ultrarunner?
“My parents always took my siblings and me in the mountains to show us the beauty of nature but ‘just for fun’ and without any competitions. At the age of 16 I saw an advertisement of a skimountaineering race closed from my home and took part there. So I got involved into the racing scene and did trailrunning just for summer training. After my first Transalpine Run (8 day-team-race where you cross the Alps) I focused more on trailrunning. (I miei genitori mi hanno sempre portato con i miei fratelli in montagna per mostrarci la bellezza della natura, ma "solo per divertimento" e senza nessuna competizione. All'età di 16 anni ho visto una pubblicità di una gara di SCI ALPINISMO nei pressi dalla mia abitazione e partecipai. Così sono stato coinvolto e facevo trailrunning solo per l'allenamento estivo. Dopo la mia prima Transalpine Run (8 giorni-team-gara in cui si attraversano le Alpi) mi sono concentrato più sul trailrunning.)”
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