mercoledì 15 luglio 2015

Avere fiducia in se stessi è una delle doti più grandi che si possano avere

Se desiderate compiere qualcosa nella realtà, innanzitutto visualizzate voi stessi mentre riuscite a compierla.” (Lazarus A., 1989)

Scrivendo di psicologia dello sport ed approfondendo l’argomento degli ultrarunner e delle gare estreme mi sono imbattuto nel libro La montagna dentro di Hervé Barmasse che da eccellente sciatore si trasforma a causa di un infortunio primo in maestro di sci e successivamento in scalatore di nuove vie attraverso le alte montagne, passione condivisa anche con il padre.
Leggendo il suo libro sono tanti gli spunti relativi all ricerca del limite, al confine tra il rischio e l’avventurarsi mettendo da parte la razionalità, gli infortuni, le morti per avventure estreme.Interessante è un suo passaggio sull’autoefficacia che riporto di seguito: “Avere fiducia in se stessi è una delle doti più grandi che si possano avere. Come una pianta che viene curata, innaffiata, potata, anche la fiducia deve essere alimentata se non vogliamo che si spenga e ci abbandoni. Per questo motivo è importante porsi degli obiettivi e cercafre di raggiungerli, inseguire i nostri sogni e i nostri ideali. Non per competere o primeggiare, ma per continuare a credere nelle nostre capacità, nelle nostre qualità. La vita è un alternarsi di momenti positivi e negativi, un andare e venire come le onde del mare, e quando le cose funzionano a meraviglia, siamo pervasi dalla fiducia, mentre quando viviamo un momento difficile, questa scarseggia e per ritrovarla, a volte, non sempre basta guardare dentro di noi. Abbiasmo bisogno di una parola e di un consiglio di un amico, di chi ci vuole berne. Per questo i rapporti con le persone sono la ricchezza più grande di cui possiamo disporre nella vita. Una vera e propria risorsa alla quale attingere nei momenti difficili.

Se si affrontano nel modo giusto, non ci sono gare ‘impossibili’

L’ultramaratoneta è continuamente alla ricerca di situazioni sfidanti da gestire, superare che poi facciano parte del proprio corredo caratteriale. 

Alcuni hanno dichiarato di temere gare troppo lunghe, di distanze superiore ai 200 km, alcuni temono le condizioni atmosferiche oppure la privazione del sonno. Di seguito le risposte ricevute alla domanda: Quale è una gara estrema che ritieni non poterci mai riuscire a portarla a termine?
Marco Stravato: Nessuna, ancora oggi ritengo che possa arrivare in fondo a qualsiasi gara, con l’avanzare dell’età non so, i miei prossimi obbiettivi sono UTMB e TDG e spero di riuscirci.”
Stefano La Cara: Temo il freddo, quindi ogni gara esposta a temperature rigide mi preoccupa (il che non significa che prima o poi non la proverò…)
Vincenzo Luciani: Ora come ora praticamente tutte. In passato quando stavo meglio ho rinunciato alla 9 Colli, alla Sparta-Atene, perché ho ritenuto, sulla base di informazioni avute da amici che l’avevano corsa che non era nelle mie possibilità. Nella vita e nella corsa bisogna sempre porsi questa domanda: posso permettermelo? E se la risposta è negativa, bisogna farsene una ragione.

Ci vuole tanto spirito di sacrificio, una buona dose di follia e tanta passione


Dalle risposte di ultramaratoneti alla domanda: “Quali i meccanismi psicologici ritieni ti aiutano a partecipare a gare estreme?” emerge l’importanza di alcuni aspetti mentali utili nella vita e nello sport. 

Ad esempio si considera l’importanza dell’autoefficacia, cioè il sapere di sapere fare, la convinzione di poter riuscire a raggiungere i propri obiettivi.
Importante è anche lo spirito di gruppo che si crea, il condividere le esperienze estreme, l’idea di trovarsi tutti sulla stessa barca, nella sessa situazione ardua da saper gestire e superare.

martedì 14 luglio 2015

Il tuo percorso per diventare ultramaratoneta?

Matteo Simone 

A volte su invito di amici, parenti o medici ci dedichiamo ad attività per noi sconosciute o che non abbiamo mai avuto modo o occasione di praticare o di interessarci e come per magia gradualmente ci accorgiamo di diventare quasi dipendenti.

Ci accorgiamo che tali attività, tali interessi per qualche motivo ci procurano benessere, ci fanno sperimentare situazioni piacevoli.
Le potenzialità dell’essere umano sono inimmaginabili, si scopre per caso di essere portati per qualcosa per la quale siamo disposti ad investire in tempo, fatica o danaro. 
Ecco le risposte ricevute alla domanda: “Qual è stato il tuo percorso per diventare ultramaratoneta?”:
Stefano La Cara: “Ho iniziato a corricchiare una mezzamaratona con un amico per scommessa a 32 anni. Da lì non mi sono più fermato.”
Angelo Fiorini: Ho iniziato oltre 15 anni fa, spronato da un amico, a corricchiare nel parco per passare il tempo mentre i nostri figli si allenavano alla scuola calcio. La corsa non mi diceva gran che, ma giorno dopo giorno, km dopo km, la cosa cominciava ad intrigarmi soprattutto perché le gambe rispondevano bene alla fatica e il fiato c’era! 

Hai mai rischiato per infortuni o altro di smettere di essere ultramaratoneta?

Matteo Simone


Si spera che non giunga mai il momento per smettere, significherebbe smettere di vivere, di sentire, di faticare, di divertirsi, di gioire, di mettersi alla prova, di conoscersi, sperimentarsi, di relazionarsi, scoprire.

Dalle rispose alla domanda "Hai mai rischiato per infortuni o altro di smettere di essere ultramaratoneta? emerge che gli infortuni si mettono in conto e che si è disposti a fermarsi un po', oppure a rallentare i ritmi, infatti l’ultramaratona più che uno sport estremo viene considerato un lungo viaggio. Ecco le risposte:
Angelo fiorini: “Non ho mai pensato di smettere ma nel momento di massimo entusiasmo e di ottima forma fisica, ho dovuto fermarmi a causa di gravi problemi fisici dovuti alla gara più estrema alla quale ho partecipato, la Sparta Atene di 245 km, nell’ottobre del 2011. Dopo 172 km, sono stato costretto a fermarmi e lo sono fino a tutt’oggi!

L'ultramaratona come un viaggio dentro a se stessi

Dott. Matteo Simone  

N
ella vita si fanno delle scelte, molti preferiscono poltrire o restare in una zona di estremo confort per non rischiare un giudizio, una brutta figura; altri per sentirsi vivi devono sentire il proprio corpo, le proprie sensazioni corporee, il cuore che palpita, il respiro affannoso, il sudore colare da proprio corpo, il senso di fame, sete, freddo, caldo.

Riporto di seguito alcune risposte alla domanda Cosa significa per te essere Ultramaratoneta?:
Mauro Fermani: Vuol dire non accontentarsi, aver voglia di mettersi alla prova, soffrire e cercare di raggiungere altri obiettivi senza smettere di sognare.”

lunedì 13 luglio 2015

Tante coppie condividono la passione delle ultramaratone

Tra i tanti ultrarunner che ho avuto modo di conoscere e sottoporre un questionario sugli ultramaratoneti e gare estreme vi sono tante coppie che condividono questa passione, tra queste Gian Paolo Sobrino e Iolanda Cremisi, ecco di seguito come si raccontano rispetto a quello che sperimentano nelle lunghe distanze, cosa li motiva ed alcuni aneddoti.
Cosa significa per te essere ultramaratoneta?
Gian Paolo: “Essere ultramaratoneta significa portare a termine con estrema disinvoltura gare (o meglio esperienze) molto più lunghe di una semplice maratona; approcciare una maratona da 42 Km con la consapevolezza che per me è un corto e non ho problemi a chiuderla. Vivere esperienze diverse; essere consapevole che il mio fisico non prova fatica.
Iolanda: “Andare sempre un po' oltre il limite. Correre in tempi ravvicinati distanze lunghe. La possibilità di conoscere il mio fisico e le mie capacità, la sfida con me stessa.
Hai mai rischiato per infortuni o altri problemi di smettere di essere ultramaratoneta? 
Gian Paolo: “Ogni volta che arriva un infortunio che non passa; mi chiedo se ne uscirò e tutto sembra difficile, impossibile, irraggiungibile. Poi, a parte il classico rischio degli infortuni, temo da un lato i passaggi tecnici nei trail di montagna, dall'altro il traffico dei veicoli quando mi alleno su strada ed il mio pensiero va spesso ai ‘tanti’ per i quali un incidente stradale ha chiuso la carriera podistica, o anche peggio.
Iolanda: “Sono stata ferma qualche mese ed ho temuto di non riuscire a riprendere...  mi fa paura abbandonare il fondo perché ricostruirlo è davvero faticoso. Diverse volte sono stata costretta al ritiro, ma poi piano sono riuscita a capire cosa mi ostacolava!

Translate