mercoledì 8 aprile 2020

Andrea Accorsi, ultrarunner Vorrei che la mia mente rimanesse per sempre Ultra

Ho vinto pochissime volte, ma tutte le altre ho imparato sempre qualcosa
Matteo Simone
Psicologo, Psicoterapeuta

Essere ultramaratoneta significa anche cercare di scoprire il più possibile se stessi, e sé stesso si scopre solamente quando bisogna risolvere una situazione difficile come può succedere in allenamenti difficili o gare ritenute estreme dove bisogna tirare fuori ogni risorsa fisica e mentale.

Di seguito l’esperienza di Andrea attraverso risposte ad alcune mie domande di un po’ di anni fa.
Qual è stato il tuo percorso per diventare ultramaratoneta?Dal punto di vista atletico ho accelerato i tempi. Da ragazzino correvo con scarsi risultati i 100 e 200 mt. Dopo anni di totale inattività, a seguito di un piccolo aneurisma cerebrale, ho ripreso a ‘muovermi’ come terapia riabilitativa. Da lì non mi sono più fermato e, forse, sono rinato, passando dalla maratona ai 100 km nel giro di 1 anno. Avevo 33 anni e una deriva psico-fisica preoccupante. Oggi, trovo ancora la voglia e l’emozione di fare certe distanze come se fossero per me del tutto inesplorate”.   

A volte lo sport diventa una cura, è come se si venisse chiamati dalla corsa, anzi dall’
ultracorsa per cui si diventa devoti della fatica perdurata nel tempo che fa scoprire sensazioni intense e risorse inesplorate che poi diventano spendibili anche nella vita ordinaria quotidiana lavorativa, familiare, relazionale.
 
Andrea ha corso diverse gare di 100km, tra le quali il 24 marzo 2007, con il crono di 7h46’00”, la “XXVII. Int. 100km-Lauf Grünheide/Kienbaum - offener Lauf (GER), corsa su strada, dove il vincitore fu il tedesco Michael Sommer 6h56’15”, precedendo i connazionali Jörg Hooß 6h59’03” e Christian Grundner 7h27’07”. Tra le donne vinse la tedesca Birgit Schönherr-Hölscher 7h52’11”, precedendo le connazionali Marion Braun 8h26’13” e Monika Belau 8h45’07”.  
Ti puoi definire ultramaratoneta?Se per certificarsi ultramaratoneta bisogna aver portato a termine qualche gara podistica di distanza superiore alla maratona, direi di sì (a oggi quasi 100 gare ufficiali su distanze superiori alla maratona, di cui 11 gare di 24 ore e 3 gare di 6 giorni)”. 
Quale è stata la tua gara più estrema o più difficile?Sicuramente la 6 giorni. Più che una gara la definirei uno spaccato di vita. 144 ore con le tue paure, le tue emozioni, le tue solitudini spalmate su un km di strada fanno di te un viaggiatore. E ogni viaggio è sempre qualcosa di estremo quando hai come compagno te stesso”. 
Hai mai rischiato per infortuni o altri problemi di smettere di essere ultramaratoneta?Un sacco di volte. Gare dove corri per 144 ore o per 400 km consecutivi ti lasciano qualcosa in più di un segno. Ma fa parte del gioco e quando ti tocca di stare fermo è forse l’unico momento in cui riposi per davvero”. 
Come è cambiata la tua vita familiare e lavorativa?In alcun modo. Ho la fortuna di condividere tutto ciò con la persona che amo e che a differenza di me, è una vera atleta. Una delle migliori ultramaratonete di sempre. È ovvio che qualche sacrificio in termini di tempo libero si fa, ma non pesa più di quanto non pesi una giornata di lavoro”. 

L’ultracorsa diventa un’arte, uno stile di vita, e avere accanto una persona per condividere una passione inconsueta, considerata a volte estrema, fa molto comodo. 
Andrea e la sua fortissima compagna Monica Barchetti hanno ottenuto podi e vittorie.  
Tra il 12 e il 16 agosto 2009, Andrea ha corso la “Trans Slovenia ultra run” (400km/5tappe corsa a tappe), classificandosi secondo in 41h39’54”, preceduto dal bosnìaco-erzegòvino Zdravko Baric 39h58’27”, completa il podio il serbo Aleksandar Arsic 46h01’02”. Tra le donne vinse (quarta assoluta) Monica Barchetti (2 giorni 50’23”), precedendo la finlandese Mikko Penttilä (2 giorni 2h07’21”) e la tedesca Sylvia Rehn (2 giorni 2h54’09”).
Il 9 ottobre 2010, Andrea si è classificato al posto alla "1ère 24 heures de Grenoble (FRA)", corsa su strada, totalizzando 231,586 km, preceduto dal francese Philippe Warembourg 237,016, completa il podio il francese Emmanuel Conraux 226,826 km. Tra le donne, vinse la francese Chantal Bois 175,454 km, precedendo la connazionale Pascale Mangin 170,902 km.  
Dal 9 al 15 maggio 2012, Andrea ha corso la “2nd Int. 6-day Ultramarathon Balatonfüred (HUN), corsa su strada, arrivando terzo e totalizzando nei 6 giorni 777,621 km, preceduto dall’australiano Martin Fryer 815,760 km e dal britannico Wolfgang Schwerk 874,864 km. Tra le donne, vinse Monica Barchetti 723,227 km, precedendo l’ungherese Krisztina Nagyne Bakucz 712,171 km e la tedesca Barbara Becker 513,075.
Sei giorni da soli con sé stessi, un vero viaggio di fatica meditativa, un viaggio con sé stessi e dentro sé stessi, una grande forza e determinazione per continuare ore e ore, giorni e giorni, attraversando colori, suoni, odori con tanta voglia di scoprire sé stessi e il mondo attraverso sé stessi. 
Cosa hai scoperto del tuo carattere nel diventare ultramaratoneta?La mia immensa fragilità, di essere umano e di atleta. Ho vinto pochissime volte, ma tutte le altre ho imparato sempre qualcosa”.  

Andrea e la sua compagna Monica hanno vinto diverse gare di ultramaratone: 
14 agosto 2010 - Rüninger 24-Stundenlauf, 24h corsa su strada - 218km, precedendo la tedesca Iris Brümmer 202km e il tedesco Norbert Ebbert 175km; 
27 marzo 2011 - 2^ Self Transcendence 6h Race, San Vito di Gaggiano, corsa su strada – 73,.408km, precedendo Giuseppe Tripari 72,144km e Gianluigi Colli Vignarelli 69,977km. Tra le donne vinse Monica Barchetti (quarta assoluta) 69,701km, precedendo Wilma Repetti 52,583km;  
9 luglio 2011 - 3° 12 ore podistica Costorio, corsa su strada – 117,885km, precedendo Oscar Focchi 109,755km e Rossella Verzelletti 98,915km; 
26 novembre 2011 - 6^ 6 ore del Sole, Palermo, corsa su pista - 72,751km, precedendo Maria Ilaria Fossati 69,067km e Boris Bakmaz 59,621km; 
10 marzo 2012 - 1° Ultramarathon Festival Venice, 12 ore corsa su strada - 129,969km, precedendo Fabio Busetti 126,947km e Monica Barchetti 119,680km;
9 aprile 2012 - 1° 8 Ore Del Maratona Del 50° AIAS, corsa su strada - 99,620km, precedendo Mario Pirotta 93,240km e Monica Barchetti 91,850km; 
14 luglio 2012 - 4° 12 ore podistica Costorio, corsa su strada – 126,900km, precedendo Monica Barchetti 117,500km e Giacomino Barbacetto 116,100km;
24 settembre 2016 - 22^ Lupatotissima, 12 ore corsa su pista – 124,754km, precedendo Monica Barchetti 123,687km e Lorena Brusamento 121,422 km. 
Cosa significa per te essere ultramaratoneta?Ecco, il punto focale è questo. La mia personale interpretazione dell’essere ‘ultramaratoneta’ spazia oltre alla canonica catalogazione numerica di una distanza. Certamente non si può prescindere da quella, ma credo che ultramaratoneta sia anche uno stile di vita una visuale del ‘resto’ più profonda. Restare a lungo con sé stessi, con i propri pensieri, con la fatica attaccata alla pelle crea una membrana visiva nuova, un punto di vista differente. Questo è l’aspetto che mi ha sempre affascinato e che mi ha indirizzato naturalmente a percorrere distanze sempre maggiori”. 

Concordo, praticare ultramaratona significa dedicare tempo a sé stesso, stare con sé stesso per tanti chilometri di fatica, per tante ore, organizzare pensieri e riflessioni, ascoltarsi, fare piani e programmi, elaborare situazioni.  
Ti va di raccontare un aneddoto?In una delle prime 12 ore mi trovai a correre gomito a gomito con colui che viene universalmente considerato l’ultramaratoneta più forte di sempre: il greco Yannis Kouros. Sapendo dei suoi record strabilianti in più di 30 anni di carriera, a un tratto presi coraggio (il timore reverenziale era quello che può avere un bambino al cospetto di Maradona nel calcio) e affiancandolo gli domandai: 'Qual è il tuo segreto? Quello che ti ha permesso di ottenere tutti i record che hai stabilito in questi anni? Lui mi sorrise e rispose: semplice, quando gli altri si fermano io dico a me stesso: 'Tu no'. Ero alla ricerca dei trucchi, delle strategie in un mondo che più tardi avrei scoperto essere fatto solo di una cosa: l’essenziale. E Kouros me lo spiegò. Otto anni dopo ebbi l’onore di correre un Campionato del Mondo con la maglia azzurra al suo fianco”.  

Yannis Kouros ha detenuto e detiene tutt’ora diversi record mondiale di corsa:100 miglia (160,9 km) fino al 6 gennaio 2022; 1000 km (5 giorni 16h17'00") in Australia a Colac dal 26 novembre al 2 dicembre 1984; 1000 miglia (10 giorni 10h30'36") a New York (20-30 maggio 1988); sui tracciati da 12 ore - 162,543 km (Stati Uniti, 1984) fino al 6 gennaio 2022; 24 ore 303,506 km (Australia, 1997) fino al 17 settembre 2022; 48 ore (473,495 km) in Francia a Surgères (3-5 maggio 1996); 6 giorni (1036,800 km) in Australia a Colac (20-26 novembre 2005). 
Andrea ha partecipato ai mondiali 24 ore corsa su strada, totalizzando 229,690 km, l’8 settembre 2012 a Katowice (POL). La gara fu vinta dallo statunitense Michael Morton 277,543 km, precedendo il tedesco Florian Reus 261,718 km e il francese Ludovic Dilmi 257,819 km. Tra le donne vinse la ceca Michaela Dimitriadu 244.232 km, precedendo la statunitense Constance Gardner 240,385 km e la britannica Emily Gelder 238,875 km.  
Partecipare a un Campionato del mondo con la maglia azzurra è un grande onore e anche una grande opportunità correre accanto a un mito dell’ultrarunning 
Cosa ti spinge a spostare sempre più in avanti i limiti fisici?Forse non ho mai pensato in questi termini. Pur cosciente delle aggravanti fisiche che l’ultramaratona comporta, non ho mai preso realmente in considerazione questo aspetto. So che fa male, ma anche la vita spesso fa male e non per questo mi nego di viverla”. 
Cosa ti motiva ad essere ultramaratoneta?Il senso della scoperta. Inteso come viatico per conoscermi meglio. Cerco la crisi, nello sport come nella vita. Sia chiaro: non sono un masochista. Per crisi intendo tutte quelle situazioni dove vengo ‘messo alle strette’, perché le vedo come opportunità di crescita e di scoperta. Odio aspettare che la vita accada. La cerco in ogni spigolo, anche dove so che può far male, che è pericolosa”.

Quello che si può sperimentare è una crescita personale, un addestramento alle avversità che possono arrivare ma si possono superare. 
Hai mai pensato di smettere di essere ultramaratoneta?In continuazione. Io sono agonista di natura. Se da un lato amo l’aspetto interiore di questo sport, dall’altro necessito di sfide quotidiane. Soprattutto con me stesso. E questo da un certo verso logora. Amore e odio”. 

L’ultramaratona diventa una palestra per la resilienza, per essere fiduciosi nel riuscire in qualcosa, che può essere un ottenimento di un risultato o raggiungimento di un obiettivo o risolvere una situazione difficile o crisi.
Cosa ti spinge a continuare a essere ultramaratoneta?L’idea di poter fare qualcosa che non ho ancora fatto. Un velocista ha un unico strumento con cui misurarsi: un cronometro. Io posso scegliere le distanze”. 
Hai sperimentato l’esperienza del limite nelle tue gare?Più volte di quanto non abbia sperimentato la sicurezza. Anche questo fa parte del gioco. L’endurance, qualsiasi campo appartenga, è sempre un sottile equilibrio (soprattutto quando si cerca la prestazione), tra il limite e il baratro. Forse anche questa diventa una forma di dipendenza”.

Gli ultramaratoneti sembrano essere sempre alla ricerca di un senso, di una sensazione, di una scoperta, di una sfida che li metta in movimento, che li renda curiosi, che li fa mobilitare energie per portare a termine imprese sempre più sfidanti.
Cosa pensano familiari e amici della tua partecipazione a gare estreme?Non me ne sono mai preoccupato. Vivo molto egoisticamente la mia dimensione sportiva e la vivo come ricerca, quindi libera da ogni pregiudizio esterno”. 
Quali meccanismi psicologici ti aiutano a partecipare a gare estreme?Inizialmente credo che giocasse un ruolo primario una forma d’incoscienza. Poi col passare delle varie esperienze il meccanismo ha assunto la forma della ‘coscienza esterna’, ovvero un secondo ‘io’ che guarda da fuori e ogni volta vede qualcosa che, seppur nella sofferenza, gli piace e lo stimola a cercare nuove strade”.

Interessante sapere cosa c’è nella mente di un ultrarunner, a volte la voglia di vedersi nell’esecuzione dell’estrema fatica, una coscienza libera che trascende per osservare, riportare, raccontare, completare un essere in evoluzione attraverso l’ultracorsa, molto interessante. Un equilibrio sottile e delicato che per molti è considerata incoscienza. 
Una gara estremi che non faresti mai?Quella che mi venisse imposta”. 
Che significa per te partecipare a una gara estrema?Più o meno quello che significa svegliarmi ogni mattina, lavorare 12/14 ore al giorno, avere una famiglia e convivere con una società di cui spesso mi sento schiavo all’interno delle mie libertà. Fare fatica”.

A volte abbiamo un’esistenza forse troppo scontata, routinaria, quotidiana, ordinaria, tutto sotto controllo, tutto schedulato in base alla cultura di appartenenza e l’ultracorsa diventa un mondo da far parte per immergersi in un mondo proprio parallelo, voluto, scelto con un proprio significato riconosciuto.
Usi farmaci, integratori? Per quale motivo?Nessun farmaco. Sali minerali, glucosio e aminoacidi quando faccio periodi di intensa attività, per evitare il catabolismo muscolare”
Ai fini del certificato per idoneità agonistica, fai indagini più accurate? Ho fatto parte della Nazionale Italiana di Ultramaratona e mi sono sottoposto a tutte le visite specialistiche del caso”.
È successo che ti abbiano consigliato di ridurre la tua attività sportiva?Amici, familiari e medico di famiglia sempre. Tutti gli altri no”. 
Hai un sogno nel cassetto?Riuscire ad avere sempre questa voglia di vivere, anche quando il fisico non mi permetterà più di avventurami a certe latitudini. Vorrei che la mia mente rimanesse per sempre Ultra. Ci sto lavorando da parecchi anni”.

Andrea è menzionato nel libro "Maratoneti e ultrarunner. Aspetti psicologici di una sfida” – 13 giugno 2019 - di Matteo Simone (Autore). 
La Resilienza e l’Autoefficacia sono concetti importanti nella psicologia dello sport, ma anche nella vita in generale, per raggiungere i propri obiettivi in qualsiasi campo. Il termine Resilienza deriva dalla metallurgia; indica la proprietà di un materiale di resistere a stress, ossia a sollecitazioni e urti, riprendendo la sua forma o posizione iniziale, così come le persone resilienti possono affrontare efficacemente momenti o periodi di stress o disagio. Così come avviene negli sport di endurance, resistere e andare avanti, lottare con il tempo cronologico e atmosferico, con se stessi, con i conflitti interni; a volte sei combattuto e indeciso, tentato a fermarti, a rinunciare.  
Gli atleti sentono di valere, di avere forza mentale, di saper prendere decisioni, di sentirsi leader, in sostanza aumenta l’autoefficacia personale nell’ambito sportivo, si sentono riconosciuti dagli altri, scoprono di possedere capacità insospettate: l’ultracorsa diventa una palestra di vita. Si impara a valutare che per ogni problema c’è almeno una soluzione; tale soluzione ti porterà al traguardo finale, ti permetterà di superare gli imprevisti e tollerare le sofferenze.
La pratica dell’ultramaratona permette di conoscere e scoprire delle risorse interne, che in situazioni ordinarie sono insospettabili. L’adattamento graduale a situazioni di estremo stress psicofisico permette di esprimere delle caratteristiche che hanno a che fare con la tenacia, la determinazione, la resilienza, che accrescono la forza mentale per andare avanti, per raggiungere un obiettivo prefissato, per superare eventuali crisi lungo il duro percorso. 

Matteo SIMONE 
380-4337230 - 21163@tiscali.it 
Psicologo, Psicoterapeuta Gestalt ed EMDR 

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